Ospedali: i nostri dati sono o non sono al sicuro?

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Gli ultimi fatti di cronaca che vedono protagonista Bergamo aprono nuovi inquietanti scenari sul problema della conservazione del dato sanitario all’interno delle strutture ospedaliere

I nostri dati sono al sicuro?
La domanda, che sorge più che lecitamente, è ancor più attuale in questi giorni.
Una recente inchiesta che ha visto coinvolto il mondo della sanità non può che portare ad un’agitazione degli animi e all’apertura di inquietanti interrogativi, come quello citato sopra.
Dati sanitari che vengono venduti, situazioni bancarie che vengono esplorate, intercettazioni che spiano conversazioni private. E’questo lo scenario che emerge dalle indagini che si stanno concentrando su Bergamo.

Violazioni penali, ma non solo: ad essere nuovamente al centro del ciclone è il problema legato alla riservatezza delle persone.
Se le violazioni fossero attestate e provate ci troveremmo di fronte ad un “commercio” di dati personali tra i più delicati, in quanto in grado di rivelare gli aspetti più privati della vita, ed espressivi, oltretutto, di una condizione di particolare vulnerabilità quale è quella del paziente ricoverato in ospedale. E dunque affidato ad una struttura pubblica dalla quale il cittadino deve potersi aspettare non soltanto attenzione e cura ma anche un assoluto rispetto per la propria riservatezza e dignità.

Il problema della tutela dei dati è delicatissimo, e la questione assume connotati ancora più importanti in riferimento ai dati sanitari, che per la loro particolare natura possono rivelare gli aspetti più intimi e privati della vita di ciascuno, relativi alla corporeità e alla fisicità e anche per ciò strettamente connessi alla dignità. Inoltre, la diffusione di dati di questa natura può esporre l’interessato a discriminazioni e a forme di stigamtizzazione sociale tra le più odiose e lesive della dignità.

“Se gli sviluppi delle indagini dovessero confermare questo primo quadro indiziario – afferma Antonello Soro, presidente dell’Autorità Garante per la privacy – si tratterebbe di comportamenti di una gravità straordinaria, almeno rispetto ai casi finora noti al Garante. Non solo, infatti, si sfrutta economicamente la conoscenza, acquisita per ragioni d’ufficio, di un dato personale altrui, ma addirittura si “vende” un dato ipersensibile, perchè relativo alla condizione di salute”.

Ma vediamo i fatti.
La maxi inchiesta che vede indagate 49 persone, tra cui 21 carabinieri, coinvolge due filoni di indagine: uno è la rivelazione di segreti di ufficio e l’altro è relativo al fatto che gli atti definiscono illecita interferenza nella vita privata.
Protagonisti dell’indagine due “007”: Valdo Pairetti, 52 anni, e Paolo Greco, titolare e collaboratore a tempo pieno dell’Agenzia Pairetti – Centro Investigativo Orobico. I due investigatori avrebbero intrattenuto un losco traffico di dati con Emanuele Calogero, 53 anni, e Gilberto Donghi, 40 anni, l’uno proprietario, l’altro collaboratore della Consulenza incidenti stradali, la società che aiuta chi ha subito un incidente a prendere il risarcimento dei danni. Per gli inquirenti la premessa del loro lavoro è un reato perchè avrebbero avuto le liste dei potenziali clienti da talpe in alcuni ospedali e in quest’attività l’agenzia Pairetti, che si occupa di perizie e di investigazioni private, avrebbe fatto da tramite.
Per gli inquirenti ogni nominativo valeva 9 euro, oppure dai 100 ai 150 euro al mese.