ASSINTEL disegna l’identikit del Made in Italy digitale

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La prima ricerca sull’universo dell’impresa digitale mette in evidenza una realtà in crescita nonostante la crisi

ASSINTEL, l’Associazione nazionale delle imprese ICT, ha presentato presso la Camera di Commercio di Milano, i dati relativi alla prima ricerca mai effettuata sull’universo dell’impresa digitale.
L’Associazione ha censito 230.000 soggetti, di cui 173.000 sono a pieno titolo nuove imprese digitali e si muovono nei Servizi Web, Mobile e Internet of Things, nel Software e Big Data, nella Consulenza, nei nuovi Media Sociali, nel Design, nelle Produzioni multimediali, nel Digital Entertainment e nel Finance 2.0. Questi soggetti sono organizzazioni liquide, che sfuggono alle classificazioni tradizionali e che fanno della creatività e dell’innovazione, anche sociale, la loro ragione d’essere.
La maggior parte di queste imprese sono piccole, fatte di e da giovani, perloppiù under 35, preparati e flessibili, con format organizzativi “liquidi”, e che sfidano la crisi riportando dei fatturati in attivo, in crescita nel 68 % dei casi e stabili per il 28 %.
“Sono la punta di diamante della nostra imprenditoria e tengono agganciata l’Italia alla modernità – commenta Giorgio Rapari, presidente Assintel – I dati della ricerca danno luce ad uno scenario mai indagato e tuttavia decisivo per la nostra economia: in Italia esiste un universo fluido di nuove imprese che, nonostante la crisi strutturale, funzionano. Portatrici di innovazione, sono le punte di diamante di una nuova imprenditoria che dobbiamo riconoscere e  valorizzare, perché contribuisce in maniera decisiva all’innalzamento del nostro PIL e della nostra competitività”.
La ricerca è stata svolta nel mese di maggio 2013 per ASSINTELdigitale dallo Studio Giaccardi e Associati ed ha elaborato dati provenienti sia da un’indagine desk, sia da un campione qualitativo di 204 interviste.
Le realtà digitali oggetto dell’indagine sono piccole e medie imprese che hanno mediamente 17 collaboratori e un fatturato di 1.000.000 di euro, anche se il 44 % di loro, essendo giovanissime, si colloca al di sotto dei 100.000 euro l’anno. Il 75 % di esso è nel b2b e l’87 % è generato in Italia.
Il 63 % è digital native, cioè nata recentemente sui nuovi paradigmi digitali, ed è mossa primariamente da passione e incontri professionali precedenti, mentre il restante 73 % deriva da un’evoluzione delle “vecchie” imprese IT.
Per due terzi queste imprese sono SRL, ma il modello organizzativo è per lo più “liquido”: il 60 % delle imprese è infatti strutturato sul singolo processo/commessa ed è per lo più informale. Il web assume al loro interno un ruolo da protagonista sia dell’organizzazione che della comunicazione e costituisce una vera e propria piattaforma di collaborazione per l’85 % di esse. Il 33 % lo utilizza anche per vendere online.
Se analizziamo la figura del tipico lavoratore digitale che emerge dall’indagine, il profilo è quello di un giovane (67 % under 35, che sale al 72 % nelle imprese native digitali), maschio (64 %), laureato (65 %) o con un master o un dottorato o un PHD (12 %) e che ha avuto esperienze pregresse all’estero (29 % nelle imprese digital native).
I giovani lavoratori dell’ambito digitale si dimostrano flessibili e non legati al posto fisso: oltre un terzo di essi ha un contratto atipico. Il posto fisso a tempo indeterminato, invece, resta predominante solo nelle imprese tradizionali IT based.
L’occupazione è in costante crescita: a fine ottobre 2012 sono oltre 620.000 gli addetti digitali, in crescita del 13,7 % rispetto all’inizio della crisi nel 2009. Ma il dato più interessante è che ad essi si aggiunge oltre un terzo di professionisti atipici, cioè oltre 250.000 persone strutturali nei processi produttivi della nuova impresa digitale.
Per quanto riguarda le sfide che queste imprese si trovano a dover fronteggiare, le maggiori criticità dichiarate dagli imprenditori sono il costo dello Stato sul lavoro, l’accesso al credito bancario, ma soprattutto i vecchi modelli “fordisti” di offerta finanziaria, nonchè l’ancora scarsa disponibilità in Italia di investimenti privati.
Dall’indagine emerge anche l’esistenza di problemi organizzativi, che vanno dal troppo carico di lavoro su poche persone alla mancanza sul mercato di competenze tecniche e manageriali, parallelamente alla mancanza di una offerta formativa valida adeguata alle loro esigenze.