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    Sicurezza alimentare, gli errori quotidiani che possono compromettere un’intera produzione

    By Redazione BitMAT24/08/20267 Mins Read
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    Il controllo deve diventare una procedura verificabile e, soprattutto, deve prevedere cosa fare quando emerge un’anomalia. Registrare una temperatura fuori limite senza adottare alcuna misura serve a poco.

    Sicurezza alimentare pexels

    Una cella frigorifera lasciata aperta qualche minuto di troppo. Un tagliere utilizzato prima per un alimento crudo e subito dopo per un prodotto pronto al consumo. Una teglia appoggiata dove non dovrebbe stare. Sono gesti minuscoli, spesso compiuti in fretta, che dentro una cucina professionale o un laboratorio alimentare possono avere conseguenze molto più grandi del loro aspetto.

    La sicurezza alimentare si costruisce infatti soprattutto nella ripetizione. Non dipende soltanto da ciò che accade durante un controllo o dalla pulizia straordinaria fatta a fine settimana. Dipende da come vengono ricevute le merci ogni mattina, da dove vengono sistemate, da chi controlla una temperatura e da cosa succede quando quel valore non è quello previsto.

    Il Regolamento europeo sull’igiene degli alimenti richiede agli operatori del settore alimentare di predisporre, applicare e mantenere procedure permanenti basate sui principi di analisi dei pericoli e controllo dei punti critici. Il concetto importante, nella vita reale di un’attività, è proprio quel “mantenere”. Una procedura efficace alle nove del mattino deve continuare a funzionare anche durante il momento più caotico del servizio.

    Temperature degli alimenti: pochi gradi possono cambiare la gestione

    Il frigorifero segna una temperatura corretta. Questa informazione, da sola, non racconta ancora tutto.

    Bisogna capire dove venga misurata, quanto frequentemente venga controllata e soprattutto che cosa accada agli alimenti durante le fasi in cui non si trovano dentro la cella. Un prodotto può essere conservato correttamente per ore e rimanere poi troppo tempo su un banco durante la preparazione.

    La gestione delle temperature è una delle aree nelle quali le abitudini operative possono fare la differenza.

    Prendiamo il ricevimento delle merci. Il fornitore arriva durante una fascia particolarmente intensa. I prodotti vengono scaricati, lasciati temporaneamente vicino al magazzino e sistemati appena qualcuno trova il tempo di farlo. Quel “temporaneamente” può durare cinque minuti oppure quaranta.

    Sono due situazioni molto diverse.

    Lo stesso vale per una cella aperta continuamente durante un servizio. Il problema non è una singola apertura, naturalmente, ma l’effetto di una routine nella quale la porta rimane socchiusa perché rende più rapido prendere gli ingredienti.

    Anche il raffreddamento di una preparazione richiede attenzione. Un alimento caldo non diventa automaticamente sicuro soltanto perché, prima o poi, verrà messo in frigorifero. Tempi, modalità e quantità influenzano il processo.

    La parte più delicata è che questi errori tendono a essere invisibili.

    Un alimento conservato male può avere esattamente lo stesso aspetto di uno gestito correttamente. Non cambia necessariamente colore, non produce subito un odore particolare e non manda alcun segnale al personale.

    È per questo che affidarsi soltanto alla percezione non basta.

    Il controllo deve diventare una procedura verificabile e, soprattutto, deve prevedere cosa fare quando emerge un’anomalia. Registrare una temperatura fuori limite senza adottare alcuna misura serve a poco.

    Contaminazione crociata: il problema spesso viaggia sulle mani e sugli utensili

    Una cucina può apparire perfettamente pulita e avere comunque un problema di contaminazione crociata.

    Il passaggio di microrganismi, allergeni o altri contaminanti può avvenire attraverso superfici, utensili, mani e attrezzature. Basta che un elemento utilizzato in una fase venga riutilizzato nella successiva senza una corretta gestione.

    Il caso più intuitivo è quello dell’alimento crudo e del prodotto già pronto per essere consumato.

    Un coltello viene utilizzato durante una preparazione e poi lasciato sul banco. Qualche minuto dopo qualcuno lo prende senza sapere per cosa sia stato impiegato. Il problema non nasce dalla mancanza totale di igiene, ma dall’assenza di una separazione chiara tra attività.

    Lo stesso può accadere con pinze, contenitori, superfici di lavoro o guanti.

    Questi ultimi meritano particolare attenzione perché possono creare una falsa sensazione di sicurezza. Indossare i guanti non rende automaticamente igienico qualsiasi gesto. Se si toccano superfici differenti continuando a utilizzare lo stesso paio, il guanto diventa semplicemente un’altra superficie capace di trasferire contaminanti.

    Anche gli allergeni rendono la questione più complessa.

    Una quantità minima di un ingrediente può avere conseguenze importanti per una persona allergica. Non basta quindi togliere a vista l’ingrediente da una preparazione se superfici e utensili utilizzati sono stati precedentemente in contatto con esso.

    La prevenzione passa da procedure semplici ma applicate bene: separazione delle lavorazioni, corretta pulizia, identificazione degli utensili quando necessario e ordine degli spazi.

    È proprio la logica dell’haccp a partire dall’individuazione dei pericoli significativi nelle diverse fasi del processo, stabilendo misure di controllo coerenti con l’attività. Il Ministero della Salute descrive infatti il piano di autocontrollo come lo strumento con cui l’impresa tiene sotto controllo le proprie produzioni.

    Il rischio maggiore arriva quando queste regole vengono conosciute da tutti ma rispettate soltanto quando c’è tempo.

    Pulizia e sanificazione: una superficie pulita non è necessariamente una superficie sicura

    Esiste una differenza importante tra togliere lo sporco e rendere una superficie idonea alla lavorazione successiva.

    In una cucina particolarmente impegnata, la tentazione è comprensibile: si passa rapidamente un panno sul banco e si riparte. Visivamente sembra tutto in ordine. Ma la pulizia delle superfici alimentari non dovrebbe essere valutata soltanto con gli occhi.

    Conta il prodotto utilizzato, la quantità, il tempo di contatto previsto, la modalità con cui viene applicato e ciò che è stato lavorato prima su quella superficie.

    Anche un panno può diventare parte del problema.

    Se lo stesso viene utilizzato su più zone senza una gestione corretta, può spostare lo sporco invece di eliminarlo. Un’attrezzatura apparentemente semplice può inoltre avere fessure, guarnizioni o parti difficili da raggiungere nelle quali residui di lavorazione rimangono più facilmente.

    Questo rende importante distinguere tra la pulizia rapida effettuata tra due attività e quella più approfondita prevista con determinate frequenze.

    Ci sono macchinari che richiedono di essere smontati almeno in parte. Affettatrici, impastatrici, tritacarne e altre attrezzature possono apparire pulite sulla superficie esterna mentre conservano residui nelle zone meno accessibili.

    Poi c’è il tempo.

    Una procedura di pulizia molto accurata ma impossibile da eseguire nei tempi reali del turno finirà quasi inevitabilmente per essere abbreviata. È uno dei motivi per cui le istruzioni devono essere costruite sul funzionamento concreto dell’attività, non su una cucina ideale nella quale nessuno ha fretta.

    La buona procedura è quella che rimane applicabile anche quando la sala è piena e arrivano contemporaneamente cinque comande.

    Conservazione e comportamenti: il rischio cresce quando l’eccezione diventa abitudine

    Aprire una cella e trovare tutti i prodotti al loro posto è spesso il risultato di una serie di decisioni che nessuno nota più.

    Gli alimenti devono essere organizzati in modo da ridurre rischi di contaminazione, facilitare il controllo e permettere di utilizzare correttamente le scorte. Il corretto stoccaggio degli alimenti sembra un’attività elementare finché qualcosa comincia a sfuggire all’organizzazione.

    Un nuovo fornitore consegna confezioni più grandi. Arriva una quantità superiore al previsto. Il magazzino è pieno e alcuni prodotti vengono sistemati “solo per oggi” in una posizione alternativa.

    Se quell’eccezione si ripete, diventa la nuova normalità.

    È lo stesso meccanismo che riguarda molti problemi di sicurezza alimentare. La procedura non viene abbandonata formalmente. Viene modificata un poco alla volta dalle abitudini.

    Un contenitore resta senza etichetta perché tutti sanno cosa contiene. Poi cambia il turno e arriva una persona che non lo sa.

    Una confezione viene aperta senza registrare la data perché sarà sicuramente utilizzata entro poche ore. Ne rimane una parte e il giorno dopo nessuno ricorda esattamente quando sia stata aperta.

    Un ingrediente viene sistemato in una zona diversa perché il suo spazio abituale è occupato. Dopo qualche settimana nessuno ricorda più quale fosse la collocazione prevista.

    Sono errori apparentemente piccoli, ma hanno una caratteristica comune: trasformano informazioni certe in supposizioni.

    La sicurezza nella produzione alimentare funziona invece quando il personale non deve continuamente indovinare.

    Deve essere evidente dove mettere un prodotto, come identificarlo, quale utensile usare e cosa fare se una condizione non rispetta il parametro previsto. Le procedure basate sui principi HACCP servono precisamente a identificare e controllare i pericoli significativi lungo il processo alimentare.

    La formazione conta, ma viene continuamente messa alla prova dalla routine.

    Un nuovo addetto può aver ricevuto istruzioni corrette il primo giorno e imparare, nelle settimane successive, soprattutto osservando i colleghi. Se vede che alcune regole vengono sistematicamente aggirate per risparmiare tempo, quel comportamento finirà per sembrare normale.

    Ed è probabilmente questo il momento in cui un errore diventa più pericoloso: non quando qualcuno lo commette per la prima volta, ma quando nessuno, vedendolo accadere, pensa più che sia un errore.

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