Perché l’Italia deve puntare sulla Salute Collaborativa

Lo dice Nesta Italia nel suo primo paper elaborato con i partner LAMA, WeMake e UniCredit

È un lavoro di ricerca durato sei mesi quello intrapreso da Nesta Italia che, in collaborazione con i partner LAMA, WeMake e UniCredit ha realizzato “La Cura che Cambia – Pratiche e culture di Salute Collaborativa in Italia”.

Il primo paper elaborato da Nesta Italia a un anno dalla nascita nel nostro Paese raccoglie diversi esempi di co-progettazione ed esperienze dirette di policy maker che hanno già promosso la “Salute Collaborativa” sul proprio territorio.

L’allungamento medio dell’aspettativa di vita nel nostro Paese, il peggioramento della qualità della stessa, le lunghe liste d’attesa per le visite specialistiche, le disuguaglianze nell’accesso alle cure e la contrazione delle risorse necessarie al sostegno del welfare sono, infatti, gli indicatori di un “sovraccarico” del sistema sanitario italiano che mettono a dura prova l’attuale sostenibilità e funzionalità dei meccanismi di prevenzione e cura della salute.

Le evidenze emerse sul sistema sanitario italiano
Il report si apre con l’analisi dell’ultimo rapporto dell’OCSE secondo cui l’Italia è attualmente il quarto Paese per aspettativa di vita alla nascita, dopo Giappone, Spagna e Svizzera: si vive in media fino a 82,6 anni, circa 10 anni in più rispetto all’aspettativa di vita degli anni 70. Questo allungamento della vita, però, non si è concretamente tradotto in una migliore qualità della stessa.

Ciò è da imputarsi in buona parte alla diffusione delle malattie croniche, che spesso si sommano tra loro in situazioni di comorbilità, causano infatti grandi sofferenze e significative limitazioni all’autonomia.

Tutto ciò richiede una chiara evoluzione delle risposte da parte del sistema sanitario e sociale: le condizioni croniche, infatti, necessitano di una gestione diversa, di un’assistenza quotidiana e di una continua opera di prevenzione secondaria e terziaria che il sistema italiano – dotato di risorse limitate e storicamente più incentrato sulla cura e la gestione delle acuzie – si trova attualmente impreparato ad affrontare.

Focus sulla persona e la comunità
Per far fronte a questa complessità di bisogni sono emersi nuovi approcci sperimentali che utilizzano la tecnologia, metodi basati sull’utilizzo intelligente dei dati e iniziative promosse dalle comunità in grado di rendere le persone più consapevoli del proprio stato di salute e capaci di esercitare un maggiore controllo dei comportamenti che incidono sul proprio benessere.

L’obiettivo non è solo di migliorare il benessere delle persone e della collettività, ma anche di attivare processi collaborativi che rendano il sistema sanitario sempre più sostenibile, contribuendo concretamente a un cambiamento paradigmatico dei servizi per la salute.

Perché serve promuovere un approccio alla Salute Collaborativa
In tal senso, con il termine Salute Collaborativa (tradotto dalla definizione inglese People Powered Health) i partner intendono trasmettere l’idea di un approccio innovativo per risolvere le sfide della salute e del welfare, basato su alcuni elementi fondamentali quali la centralità della persona e dei suoi bisogni, la sua responsabilizzazione e coinvolgimento attivo e la valorizzazione di dinamiche collaborative a vari livelli. Il riferimento, ad esempio, è tra medico e paziente, tra pazienti affetti dalla stessa patologia, tra professionisti, caregiver o membri di una certa comunità.

Pur di fondamentale importanza, però, l’emergere della Salute Collaborativa non sostituisce il sistema socio-sanitario formale, né riduce le responsabilità delle istituzioni pubbliche preposte alla tutela della salute individuale e collettiva. Al contrario, come sottolineato in una nota ufficiale da Marco Zappalorto, Chief Executive, Nesta Italia: «Si pone in modo sinergico e complementare, mirando all’integrazione e alla trasformazione dei servizi esistenti, tramite l’introduzione di nuove pratiche e culture utili al suo rafforzamento».

Nel report, oltre a mappare casi di innovazione, sono state curate in particolare le analisi di contesto e il framework concettuale al fine di condividere con altri partner una visione comune, dove anche le tecnologie digitali diventano una vera opportunità per sostenere un sistema di cura aperto e sostenibile.

In questo contesto, come sostenuto da WeMake, c’è bisogno di un nuovo approccio alla ricerca e all’apprendimento che metta in relazione pazienti, caregiver, istituzioni e imprese. Proprio in questo contesto. l’idea di open (aperto) assume un significato complesso, dove attori differenti assumono un ruolo attivo e le informazioni e le conoscenze che lo costituiscono sono aperte, visibili, accessibili e soprattutto trasferibili in altri sistemi.

Infine, in questo preciso contesto, la finanza può assumere diversi ruoli, mettendo a disposizione risorse non solo economiche, ma anche manageriali e relazionali, fungendo da catalizzatore di altre risorse e di altri stakeholder in qualità di attore abilitante nell’ecosistema.

Tre filoni di Salute Collaborativa
Nel report vengono esaminati tre possibili filoni.
Il primo, App & Device, si focalizza sulla crescente importanza del ruolo delle tecnologie digital nel campo della salute. Sono un esempio i dispositivi indossabili (“wearable devices”), l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale, la realtà aumentata (applicata nel campo delle disabilità) e la domotica, che offrono oggi opportunità inedite per supportare le persone nella prevenzione, cura, e rapporto con il sistema sanitario. E poi le sempre più diffuse app per gli stili di vita. Infine, possiamo citare il ruolo delle piattaforme digitali nel mettere in rete tra loro le persone affette da problematiche simili.

Il secondo filone denominato People & Community comprende le innovazioni sociali che valorizzano le competenze dell’individuo e la forza della comunità per promuovere la salute attraverso soluzioni inclusive, accessibili e abilitanti. Questo approccio dal basso, che coinvolge direttamente nei processi di prevenzione e cura la persona, la sua famiglia, i suoi pari, e la comunità in cui vive, vuole superare la visione del “paziente” come oggetto passivo di assistenza, restituendogli centralità e rendendolo un soggetto attivo della propria salute. Nelle soluzioni di questo filone, la persona è maggiormente informata, coinvolta, e le sue competenze sono valorizzate, così come è valorizzato il ruolo della comunità nell’offrire informazioni e supporto sotto varie forme.

Il filone Open Care, infine, raccoglie quei progetti che favoriscono approcci e strumenti in grado di aprire processi di creazione e distribuzione di soluzioni dal basso nel settore della cura. Incorporano infatti i valori dell’openness, ovvero la condizione di accessibilità, cooperazione e trasparenza in cui un progetto si sviluppa e abilita un’appropriazione da parte di comunità di persone. L’etica dell’openness si esprime pienamente quando i processi che costituiscono un progetto includono tutti i soggetti coinvolti sin dalla fase di ideazione, così da cambiare drasticamente i rapporti di forza tra gli attori, supportando un dialogo continuo tra le parti e includendo nei processi decisionali tanto i pazienti quanto le persone a loro vicine; tanto gli operatori quanto i medici e le parti politiche.